Qualunque cura dello stress causato da fattori socio-culturali deve necessariamente agire secondo due direttrici: in effetti, deve tener conto sia dell’aspetto socio-culturale che della sua neurofisiologia. Quanto segue è una breve descrizione della nostra posizione sull’argomento, che ci consente di definirla alternativa.

I. Aspetto socio-culturale

Anche se questa parte del nostro approccio metodologico è in certo senso più convenzionale, se paragonata al nostro punto di vista sulla neurofisiologia dello stress, essa resta comunque diversa da quasi tutte le altre, - in particolare in termini delle principali conclusioni programmatiche.
La premessa dalla quale partiamo non è né strettamente sociologica né socio-psicologica, ma piuttosto medico-antropologica. In quanto tale, pur riconoscendo le radici sociali, politiche, economiche e socio-psicologiche della massima parte dei fattori stressanti, essa pone la massima enfasi sul tema dei valori, e dunque sulla cultura.

I nostri principali postulati:

1. Lo stress non esiste
Per quanto paradossale possa apparire quest’affermazione, se si accettano le premesse fondamentali delle teorie dei sistemi, si può affermare o che tutto è stressante o che nulla lo è. In effetti, ogni sistema, sociale o, se è per questo anche fisico, mantiene tutti i propri elementi individuali sotto uno stress costante e continuo. In altri termini, un individuo, in quanto parte di qualsiasi sistema sociale (famiglia, gruppo di interessi, ambiente di lavoro, ecc.) è vincolato dalle esigenze del sistema ad essere (ed a comportarsi) in modo diverso da quel che farebbe se fosse un “singolo”, vale a dire un’entità umana completamente indipendente e “non socialmente compromessa”. Queste esigenze e questi vincoli non sono altro che degli stress, o, più esattamente, degli stress sistemici. In assenza di essi, non ci sarebbe alcun aggiustamento dinamico tra il sistema ed i suoi elementi individuali, come non ve ne sarebbero tra gli elementi individuali all’interno del sistema. Senza di essi il sistema stesso sarebbe impossibile. Spingendosi un poco più oltre, si può sostenere che ogni desiderio, nel più ampio senso del termine, non è altro che un fattore stressante, ciò che rappresenta non solo la base della creatività, ma anche il più importante, per non dire l’unico meccanismo d’adattamento sociale.
Perciò non è tanto lo stress che è importante dal punto di vista analitico, quanto il distress che alcuni dei fattori stressanti possono provocare.
In questo contesto, il primo stadio del nostro lavoro sui singoli individui, gruppi o organizzazioni consiste nell’identificare quali fattori di stress siano sistemici e quali non lo siano.
Quelli non sistemici possono essere eliminati in modo più o meno completo. Quanto a quelli sistemici, dobbiamo identificare innanzitutto e prevalentemente quelli che causano distress. Dal momento che questi fattori stressanti sono sistemici e per definizione ineliminabili, il solo modo per risolverli consiste nell’aiutare gli individui o i gruppi oggetto del distress a sviluppare adeguati meccanismi di adattamento. La componente indispensabile di questo compito consiste nel fornire almeno una definizione efficace di cosa il membro di una società possa percepire come fattore stressante fonte di distress.

2. Lo stress come metafora

A nostro parere, l’Occidente contemporaneo si è spinto troppo oltre sulla strada di un “narcisismo culturale” onnicomprensivo. Una delle “perversioni” più diffuse consiste nel trattare manifestazioni della realtà in carne ed ossa (ed es., la violenza carnale, il genocidio, la fame, le fin troppo recenti torture dell’acqua, e simili) come qualcosa di quasi completamente astratto, come argomenti adatti alla discussione nella stampa o negli ambienti universitari, ma certo non tali da fare alzare la pressione sanguigna di nessuno. Dal lato opposto, astrazioni epistemologiche o semplici principi esplicativi come “successo”, “istinto”, e , in modo assai palese, “stress”, acquistano nella nostra società la forza di fenomeni concreti e tangibili. Di conseguenza, le nostre società aggressivamente deterministe e riduzioniste trattano questi fattori in modo assurdamente meccanico, demistificandoli nella sostanza ma mistificandoli all’estremo nella forma. Il che si traduce in una valanga di libri sul “Come…” (ad es. “Come ottenere il successo”, “Come combattere lo stress”, o addirittura “Come far funzionare il vostro cervello” o ”Come parlare ai vostri bambini”) ed in una produzione interminabile di massicce quantità di terminologie arcane quanto superflue usate allo stesso modo da imbroglioni e da esperti.

Vogliamo evidenziare il fatto che lo stress demistificato non è affatto uno stress spiegato, e viceversa. Lo stress non è che una metafora per descrivere un paradosso sistemico, una contraddizione. La maggior parte dei fattori stressanti che generano il distress rappresentano una discrepanza tra il mito e la realtà, o, meglio ancora, tra la realtà come costruzione ideologica e la realtà effettiva. La prima fa riferimento a valori acquisiti per la maggior parte nell’infanzia e nell’adolescenza, a preconcetti culturali, agli imperativi ed attese connessi. La realtà effettiva può collocarsi molto più “avanti”, o più “indietro”, o rivelarsi semplicemente più o meno radicalmente diversa da tali preconcetti. Prendiamo come esempio la famiglia. La maggior parte del mondo occidentale mantiene un’ideologia della famiglia sostanzialmente giudaico-cristiana, come unità sociale ed economica con regole fisse, rapporti di potere patri/matriarcali, e la predominanza della cosiddetta legittimità “tradizionale” dell’autorità, basata su caratteristiche e identità “date” anziché “acquisite”. La famiglia moderna in realtà è ben lontana da questo modello, per non parlare delle imprese. Eppure un numero consistente di aziende mantengono, coscientemente o meno, una componente di “famiglia tradizionale” nella loro retorica. Tanto per dirne una, prendiamo la “fedeltà all’azienda”. In realtà, tanto più una data impresa sia fondata sulla sfrenata ricerca del profitto, quanto più essa sarà pronta a licenziare chiunque dei suoi dipendenti sia d’ostacolo a questo fine, e tanto più la stessa impresa sarà incline a richiedere assoluta lealtà ai dipendenti stessi – quanto meno, come si è detto, a livello di retorica. Tuttavia, è importante rendersi conto del fatto che queste forbici esistenziali, o, come la abbiamo chiamata, la discrepanza tra mito e realtà, possono essere causa di estremo distress per alcuni individui, di moderato distress per altri, e totalmente trascurabili per altri ancora. Forse il trascurarli completamente può, a sua volta, causare un altro genere di distress per il terzo gruppo. Perfino la neuroscienza contemporanea comincia ad ammettere che la percezione non è tanto recezione, quanto deduzione e interpretazione. La conclusione è che nel valutare qualunque fattore come potenzialmente stressante si deve tener conto non solo del gradiente individuale delle percezioni, che può variare, ed in effetti varia, da un individuo all’altro, ma anche del gradiente culturale: ciò che può causare distress al membro di una cultura può essere del tutto indifferente o addirittura positivo per chi appartiene ad un’altra.

Tra parentesi, si può notare a questo punto che la stragrande maggioranza della letteratura sullo stress – in particolare per quanto riguarda la gestione delle risorse umane – proviene dall’ambiente anglosassone, e in particolare dagli Stati Uniti.
Essa viene poi utilizzata in modo essenzialmente indiscriminato in tutti gli altrui Paesi del mondo. I precetti americani provengono da una cultura dalla ideologia essenzialmente protestante orientata alle “buone opere” anzi che “buone intenzioni”, cioè un’etica teleologica; una famiglia debole, istituzioni forti, accordi istituzionali/relazionali formalizzati, imprese mastodontiche e una tradizione di management saldamente radicata. Come si possono applicare questi precetti diciamo, all’Italia, con la sua etica imprenditoriale sostanzialmente deontologica, una famiglia forte che si insinua in ogni fibra del tessuto socio-economico del Paese, con le sue istituzioni deboli, con le sue reti socioeconomiche basate sui rapporti interpersonali, con la piccola impresa familiare e con la virtuale inesistenza di una classe dirigente nel senso più proprio del termine? Il determinismo aggressivo, e sostanzialmente marxiano dell’economia ha avuto la meglio: la cultura è stata estromessa quasi del tutto dall’equazione. E tuttavia, essendo la sola fonte di sistemi di valore, è la cultura, e ben poco d’altro, che attribuisce un significato all’azione. La percezione è codificata culturalmente, ed ogni tentativo di capire e trattare lo stress trascurando la cultura è palesemente fallace.
La funzione di uno stress manager responsabile, o di un life coach, consiste nell’identificare con rigore le forbici esistenziali in gioco. Questo richiede sia un profilo socio-culturale ( e non necessariamente psicologico) del “paziente” che un’attenta analisi oggettiva dell’effettiva realtà del “paziente” stesso. L’azione che ne deriva non dovrebbe comprendere alcun tentativo (inutile e potenzialmente nocivo) di “adattare” il paziente alla realtà modificando la sua personalità socio-culturale, nota come “lavorare su se stesso”, “farsi carico della propria vita”, “prendere coscienza”, “combattere lo stress”, o altre cose altrettanto improbabili, realizzabili solo in una situazione di stress non-sistemico. Ancor meno dovrebbe trattarsi di bombardare la realtà con raccomandazioni di come essa dovrebbe cambiare per adattarsi meglio al soggetto in distress. Che la realtà sia una specifica famiglia o azienda, si tratta il più delle volte di schemi da tempo preordinati e sistematicamente predeterminati, la maggior parte dei quali sono indipendenti dalla volontà dei “decision makers” e dalle loro buone, o magari cattive, intenzioni.
Tuttavia, esiste un’alternativa. Ed è tanto radicale quanto concreta. Per amor di brevità, la definiremo “omeopatica”. Applicata con scrupolo e fermezza, essa può addirittura trasformare un fattore stressante di distress in un vantaggio per il “paziente”. In sintesi, significa trattare lo stress in termini dello stress stesso. Vale a dire, non eliminiamo, ma compensiamo. Il che significa che in mancanza di alternative più “lussuose” (vedi oltre, nella parte fisiologica) il periodo di “riposo” dallo stress dovrebbe consistere nel restare sotto lo stesso tipo di stress, cambiando soltanto la forma degli elementi stressanti. Si deve mettere in evidenza che questo approccio consistente nel “mantenere lo stress ma cambiare i fattori stressanti” richiede un’attenta valutazione empirica sia del profilo socio-culturale del “paziente” che del paradigma reale oltre che percepito del suo ambiente stressante. Il che dovrebbe comprendere non solo la retorica, le aspettative e l’epistemologia di gruppo e individuale, ma anche un’attenta considerazione di nozioni quali l’incorporazione/integrazione, la solidarietà/competizione, la mentalità di sistema aperto/chiuso, la sovranità, il merito e l’etica, per non citarne che qualcuno. Solo dopo aver identificato i principali punti di frizione tra l’arena pubblica e la percezione privata sarà possibile procedere a raccomandazioni concrete.

3. Un’iniezione di realtà
E’ così che lo stress “ri-metaforizzato” riacquista i propri elementi trascendentali e assieme ad essi la complessità tanto della sua comprensione che della sua cura. Tuttavia, per complessa che possa essere ogni situazione stressante, la realtà in toto, nella quale si verifica lo stress, costituisce sempre un ambiente enormemente più complesso. Esacerbata dal già ricordato riduzionismo e da un approccio meccanico pseudo-tecnico sia al lavoro che a ciò al quale ci si riferisce sciaguratamente come “tempo libero”, la situazione stressante spesso fa perdere di vista al paziente non solo il suo problema effettivo, ma anche la ricca complessità della realtà in se e per se. Il “paziente” tende sempre più ad astrarsi nell’atmosfera rarefatta di tecnicismi che rimuovono il problema cercando di spiegarlo, di svariate frasi fatte e di manuali sul “come fare”. Ciò che viene sostanzialmente dimenticato e, peggio ancora, considerato come imbarazzante da esporre da parte di chi ancora non se ne sia dimenticato, è il fatto che la vita, come le sfaccettate situazioni simboliche dalle quali è costituita la quasi totalità della vita sociale, è un fenomeno talmente complesso che il solo modo affidabile di affrontarla è in certo senso poetico. La buona sociologia, la buona psicologia, e addirittura la buona medicina in linea di massima sono arte, e solo in misura limitatissima scienze esatte. Per quanto riguarda le situazioni sociali distressanti, riteniamo che riportare i “pazienti” coi piedi sulla terra sia uno strumento addizionale importante per sviluppare i meccanismi di adeguamento. Possiamo considerarlo come dare alla personalità del “paziente” una sana iniezione di realtà. Sotto questo aspetto, esporre i “pazienti “ a varie forme d’arte ed in particolare agli animali è di grande aiuto. In effetti, uno dei nostri metodi risultato particolarmente fruttuoso consiste nell’ippoterapia (vedi il riassunto).

II. FISIOLOGIA
Il modello che ha dominato e che continua a dominare la neurofisiologia dello stress è essenzialmente pavloviano o lineare. Per schematizzare, esso riconosce tre fondamentali fasi di risposta allo stimolo (uno stimolo “negativo” nel caso di uno stress che causi distress o che resti “non compensato”): a. esponenziale; b. piatto; c. paradossale.

risposta che cresce proporzionalmente sia allo stimolo che alla durata della sua applicazione: tipico di un organismo sano nel pieno possesso delle proprie capacità difensive;
risposta che raggiunge la propria soglia massima e resta inalterata al crescere dello stimolo o anche al suo perdurare: questo plafond di risposta indica che l’organismo ha raggiunto il limite delle proprie capacità difensive “convenzionali”. L’organismo può restare in questo stato per periodi sorprendentemente lunghi: nel caso di stress sociali (al lavoro, in famiglia, ecc.) anche per decenni.
Uno stimolo più forte, o anche continuativo, provoca una reazione decrescente, vale a dire, un’inibizione. Più forte sia lo stimolo, o più prolungato, più forte l’inibizione. Questo è uno stadio di “emergenza”, spesso identificato dalla fisiologia pavloviana come lo stato di “chiusura”: per evitare un danno permanente, l’organismo “va in letargo”, producendo un’inibizione che può arrivare ad uno stato simile alla trance, un’intensità quasi catatonica, o semplicemente produrre uno schema reattivo “diluito” che può durare per anni. Pur essendo adattiva agli stimoli oltre-soglia, questa “chiusura di emergenza” è tutt’altro che adattiva per quanto riguarda la generale funzionalità a lungo termine dell’organismo.

La soluzione più ovvia implicita in questo modello consiste nell’allontanarsi dallo stress oltre-soglia per un periodo abbastanza lungo da consentire all’organismo di riprendersi e di recuperare le sue capacità difensive “convenzionali”. Quest’allontanamento dallo – o dello – stress viene descritto nel modo migliore dal termine “riposo”. Una strategia di questo genere è del tutto fattibile qualora esista la possibilità di allontanamento dallo stress per un periodo commisurato alla durata della sua applicazione. Vale a dire, che se il periodo dello stress è descrivibile in termini di anni, il periodo di riposo non può essere inferiore ad un anno.
In precedenza abbiamo definito questa come “un’alternativa di lusso”. Di fatto, in alcuni ambienti di lavoro essa è applicata per legge. Ad esempio, gli psichiatri ospedalieri che operano a pieno tempo nei manicomi sono tenuti a dedicarsi ad un altro tipo di lavoro, di regola dopo un periodo decennale. Altro esempio: all’opposto di quella che sembra l’opinione comune al giorno d’oggi, la funzione primaria della facoltà universitaria non è l’insegnamento, ma la generazione di nuove conoscenze, il che significa essenzialmente fare ricerca, sia teorica che applicata. Di fatto, i pesanti carichi di docenza imposti alla facoltà nei “supermercati dell’istruzione” che sono diventate le università occidentali contemporanee, rappresentano il principale fattore stressante per quanto riguarda le capacità di ricerca delle facoltà, mettendo così a repentaglio la loro stessa capacità di effettuare ricerca (provocando quella “estinzione” tanto tristemente diffusa tra gli accademici contemporanei). Di qui l’istituzione di un anno sabbatico più o meno ogni quattro anni, dedicato, quanto meno ipoteticamente, alla ricerca e allo scrivere.
Sfortunatamente, questa “alternativa di lusso” è impossibile nella larga maggioranza degli ambienti di lavoro, per non parlare della famiglia e di altri aspetti della vita personale. Eppure la maggior parte delle persone ricorre al cosiddetto “riposo” senza minimamente sospettare che non è lo stress, ma il “riposo” effettuato in modo incompetente che è, o può essere, il fattore più pericoloso.

Modello non lineare; Teoria parabiotica
Una notevole mole di ricerche condotte, ad esempio, in diversi “ambienti dirigenziali” dimostra che gran parte degli ictus, degli infarti del miocardio ed altre affezioni coronariche si verificano non immediatamente prima, ma piuttosto dopo le cosiddette “vacanze”. Il modello lineare non fornisce adeguate spiegazioni di questo fenomeno.
Le basi dell’approccio analitico non lineare alla neurologia dello stress sono state poste da fisiologi come Cannon, Richter ed altri. Anziché rappresentare un’alternativa al modello lineare, questo approccio lo include in un paradigma più ampio e più complesso. Uno dei suoi maggiori meriti consiste nel fatto che esso introduce un terzo ed importantissimo criterio a quelli pavloviani di intensità e di durata; la teoria parabiotica prende anche in considerazione il ritmo, le dinamiche dell’applicazione dello stress. Quest’approccio rivoluziona l’intero quadro, perché prende in considerazione la maggior parte delle fasi di “riposo” non come alternativa, ma come parte dello stress. Quel che significa è che, a parte l’”alternativa di lusso”, quel periodico ritiro dallo stress che chiamiamo “riposo” non è abbastanza lungo da ripristinare il meccanismo di difesa nella sua forza originaria. E tuttavia esso basta a rimuovere l’inibizione essenzialmente protettiva descritta dal terzo stadio del modello lineare. In altri termini, l’applicazione periodica del “riposo” rende l’intero processo di applicazione dello stress uno schema dinamicamente interrotto che può, ed in alcuni casi effettivamente riesce a causare il quarto stadio, parabiotico, o stadio invertito. L’aspetto micidiale di questo stadio non consiste nel fatto che gli stimoli più forti continuino a causare inibizioni, ma in quello che stimoli più deboli siano causa di una risposta sproporzionatamente forte, o addirittura violenta. Canon ha identificato questa inversione perfino al livello strettamente organico del sistema nervoso periferico dove si contrappongono gli effetti della nervatura simpatica e parasimpatica. E’ così che, ad esempio, un forte spavento fa addormentare l’organismo, mentre un suono improvviso e dolce di musica delicata crea una violenta scarica adrenalinica, sudorazione, un rapido aumento della pressione sanguigna, tachicardia e simili. Questo è uno stadio di assoluta non-sopravvivenza, e il fattore che lo determina è principalmente il “riposo”, che fornisce al processo di applicazione dello stress un micidiale dinamismo di distruzione delle difese.
La soluzione migliore, e forse l’unica, è già stata indicata. Si tratta di compensare, anziché di eliminare gli stress che causano il distress, o, come detto in precedenza, mantenere lo stress variando i fattori stressanti.

Per concludere
Non c’è nulla di nuovo sotto il sole, e la sola via per raggiungere risultati concreti e adeguati resta la ricerca ben strutturata e basata sulla teoria.
Una volta identificati gli aspetti cognitivi, vale a dire socio-culturali, dei principali stress, si deve definire quali di essi possano essere cause potenziali di distress. In seguito, il terapista può inoltrarsi in un’attenta analisi delle dinamiche a seguito delle quali gli stress vengano a manifestarsi. Soltanto questo, e non le insensate invocazioni ideologiche e le frasi fatte di moda, consentirà al terapista qualificato di fornire all’individuo o all’azienda valide e concrete raccomandazioni e strategie di comportamento.